Paolo Caruso

4 ottobre 2012

Paolo Caruso presenta il suo cd prodotto dalla Peter’s Castle Records «Nessuno» suona il berimbao e la kalimba.

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Paolo Caruso 2CASTEL SAN PIETRO | Fabio Ravaglia

Tra le recenti produzioni dell’etichetta discografica indipendente di Castel San Pietro «Peter’s Castle Records» spicca il cd Nessuno, primo lavoro solista del bravo percussionista siciliano, oramai castellano d’adozione, Paolo Caruso. Da anni sulla scena musicale italiana dopo aver seguito i corsi di specializzazione del «Drummer’s Collective» di New York sotto la guida di personaggi come Cyro Baptista, Caruso non ha mai smesso di studiare, approfondire la grande arte delle percussioni con il suo mondo, i suoi strumenti e le sue diverse tradizioni. Musicista eclettico, aperto, curioso, nel corso della sua carriera si è impegnato in diversi generi spaziando dalla canzone d’autore di Luca Carboni e Vinicio Capossela al pop degli Stadio e di Neffa, fino al jazz, alla musica brasiliana, alla musica popolare italiana e alle collaborazioni teatrali con personaggi come Paolo Rossi e Andrea Roncato. Questo suo nuovo cd intitolato singolarmente “Nessuno” ha avuto una lunga gestazione e vede al fianco di Paolo molti musicisti con i quali negli anni ha collaborato in diversi contesti e progetti. Troviamo il trombettista castellano Maurizio Piancastelli, con il quale aveva condiviso l’esperienza discografica dei «Rara Avis», un interessante progetto di etno jazz realizzato nel 1993, i sassofonisti James Thompson e Guglielmo Pagnozzi, il pianista Pippo Guarnera, i chitarristi Giancarlo Bianchetti e Giorgio Cavalli e ancora la cantante Silvia Testoni e Guido Sodo, voce e mente dei «Canto e Discanto». Nelle tredici tracce che compongono il cd, Caruso spazia nel suo universo musicale, alternando generi diversi, mischiandoli ma soprattutto cimentandosi con passione e competenza nel suonare una vasta gamma di strumenti a percussione dal berimbao alla kalimba, dal darboka al pandeiro. Un lavoro convincente, curioso, che pulsa della personalità del suo autore collocandosi fuori da schemi precostituiti, difficile da incasellare.

Questo primo disco a tuo nome arriva dopo una lunga carriera professionale che ti ha portato a collaborare con molti musicisti e anche a confrontarti con generi diversi tra loro. Raccontaci un po’ come è nato questo cd dalla lunga gestazione, a partire dal nome Nessuno. Pensavi ad Ulisse?

«In realtà, così come avviene per ogni creazione artistica, ciascun fruitore può dare un proprio senso al termine “nessuno” e leggerci quello che gli pare. Uno dei temi del cd è proprio quello dei tanti punti di vista e differenti prospettive attraverso le quali si può osservare la realtà, dunque anche la musica. Potrei anche dirti che il cd, in un certo modo, si è “fatto da sé”, poiché questa è stata spesso la mia sensazione quando partendo da un’idea iniziale mi accorgevo che il brano prendeva, ad un certo punto, una direzione tutta sua, senza che io stesso me lo aspettassi: devo dire che questa è la sensazione più piacevole e sorprendente che possa capitare. Comunque un input decisivo me lo hanno dato gli straordinari e toccanti versi della poetessa americana Emily Dickinson, che sono citati all’inizio del disco, in cui lei stessa dichiara di “essere nessuno”, in contrapposizione con un mondo in cui tutti “devono essere qualcuno”, spesso a qualunque costo (infatti “nessuno” l’ha mai conosciuta fino a che, dopo morta, la sorella ha trovato un cofanetto con 1775 sue incredibili liriche)».

Nel cd direi che affronti le sonorità di diverse «scuole» e tradizioni del mondo delle percussioni, muovendoti tra Medio Oriente, Africa e Sudamerica (Brasile in particolare). A quale di queste ti senti più vicino?

«Intanto io vorrei provocatoriamente dichiarare che mi sento, più che un percussionista, fieramente un musicista o, se vuoi, un “percus-suonista”, cioè un indagatore dei suoni e quindi della musica. Gli strumenti a percussione sono stati i primi strumenti musicali in assoluto, secondo i musicologi, dopo l’uso dei suoni del corpo e della voce, e sono stati utilizzati in tutte le culture, e ancora adesso lo sono, per creare musica. Dunque il mio interesse per questi “oggetti misteriosi” è a 360 gradi, e quello che ho cercato di realizzare nel disco è proprio questo utilizzo delle percussioni di ogni genere e di ogni tradizione per creare delle orchestrazioni e delle atmosfere musicali, senza una preferenza specifica. In fondo in fondo la musica è una, e siamo poi noi a dare delle “etichettature di comodo” che però spesso possono risultare fuorvianti».

Nell’ascolto dei brani ti sei affidato alla collaborazione di molti musicisti con cui hai suonato negli anni e di cui sei anche amico. E’ stata una coincidenza oppure una scelta ponderata e ricercata?

«In alcuni casi ho deliberatamente cercato il tocco, che conoscevo già, del musicista in questione, convocandolo personalmente; altre volte, come accade anche nella vita, “il caso” ha fatto sì che da un incontro non programmato venissero fuori alcune idee e alcune registrazioni che, successivamente, hanno portato alla nascita del brano in questione. Ne approfitto per ringraziare “de core” tutti i musicisti e non, che hanno contribuito alla realizzazione del cd».

Come mai ti sei affidato ad una piccola etichetta locale indipendente per pubblicarlo?

«Perché “nessuno” degli altri a cui ho spedito il demo ha avuto neanche la buona educazione di rispondere, e potrei affermare che non lo hanno nemmeno ascoltato (“Ma chi è questo qua?… “Nessuno”, per l’appunto…). L’unico che lo ha ascoltato a fondo più volte (così mi ha detto) è stato Alex Vittorio della Peter’s Castle Records, che ringrazio per il suo prezioso sostegno, il quale mi ha detto anche: “Se non lo pubblichi è un peccato mortale”! Così abbiamo deciso di stamparlo. Ma gran parte della cultura musicale italiana è, a mio parere, di un provincialismo tale che un cd come il mio non può essere pienamente compreso e digerito, come invece potrebbe accadere in luoghi come la Francia, la Germania o gli Stati Uniti. Pensa che in Brasile, a San Paolo, un’orchestra sinfonica, con gli arrangiamenti di un grande musicista come Egberto Gismonti, ha eseguito un concerto per orchestra e “berimbao”, lo strumento che considero “meu amigo” forse più di ogni altro, che appare sulla copertina del cd e che ho suonato in diverse composizioni nel disco. Puoi immaginare in Italia qualcosa del genere?».

Ho trovato molto simpatici i «saggi» interventi sul cd di «Zia Nilde». Come ti è venuta l’idea di questi inserimenti?

«Sono spesso attraversato da pensieri o aforismi di uomini dal cuore profondo che mi colpiscono, e che sento particolarmente miei. Ma volevo che a leggerli fosse non un dicitore con voce impostata, ma una “voce innocente”, di una donna del popolo: così ho chiesto alla zia Nilde (la mamma di Maurizio Piancastelli) di leggerli per me, e lei è stata involontariamente bravissima».

Hai deciso di presentarlo dal vivo in una veste di performance insolita e originale. Ce ne vuoi parlare?

«Ho coinvolto nel progetto una ventiudenne musicista abruzzese che vive a Bologna, la quale suona il violino e il theremin, “lo strumento che si suona senza toccarlo”, ed è una delle pochissime in Italia a suonarlo così bene. Con lei ho subito trovato un ottimo feeling: nonostante la giovane età, il suo fraseggio e il suo saper ascoltare rivelano una sorprendente maturità artistica. Ho poi coinvolto nel progetto anche Cristiano Zapparoli, che io definisco maestro di movenze e danzatore visionario, che interagisce con noi inventandosi sempre qualcosa di curioso e interessante durante le performance».

Dei tanti musicisti che hai conosciuto, con cui hai studiato o collaborato, quale ricordi con maggiore intensità?

«Dave Liebman: in special modo per le sue qualità umane, oltre che artistiche, e la sua attenzione ai dettagli e a far sì che tutta la band si sentisse a proprio agio, in modo da poter suonare in maniera confortevole e rilassata. In quell’occasione, assieme a Liebman, ho suonato accanto a musicisti del calibro di Massimo Manzi, Fabrizio Puglisi, Achille Succi e Paolo Ghetti: ed ho imparato tantissimo».

Fonte

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